La ragazza con il grembiule nero

Didì, stringimi forte, ho voglia di piangere. Quanti anni son passati, quante volte ti ho pensato, sapendo che il nostro incontro sarebbe stato così, naturale, come se non ci fossimo mai persi di vista. Quante cose ho da raccontarti, da confessarti. Perché proprio a te? Perché da quarant’anni fai parte della mia vita, perché per tre anni il nostro passato è stato lo stesso e perché, tra gli amici, sei uno dei più cari. Mi hai conosciuta quando ancora io non mi conoscevo, in un periodo in cui cominciavo ad affacciarmi al mondo, scoprendo la verità, che non era quella che tutti vedevate. Sì, è vero, mi piaceva venire a scuola, mi divertivo insieme a voi e non fuggivo al suono della campanella. Ricordi bene quando dici che cercavo il dialogo con i professori, con gli adulti, lo facevo perché avevo bisogno di risposte, di informazioni che non avevo altro modo di raccogliere. Avevo fame di sapere, di conoscere l’animo umano, per comprendere me stessa e ciò che mi stava intorno, per capire come poter rimediare all’infelicità che una volta arrivata a casa si sarebbe impadronita di me. Perché, devi sapere Didì, a casa io non ci stavo bene e, anche se mi vedevate sempre allegra e serena, nel cuore c’erano saette che mi ferivano in continuazione.

Ricordi mio nonno? Abitava con noi, da quando era riuscito a convincere mio padre ad accoglierlo, contro il parere di mia mamma e mia nonna. Come padre e come marito non era stato un granché, se così vogliamo dire, ma questo papà non lo sapeva, perché non gli era mai stato rivelato, nessuno lo aveva avvertito di quanto quell’uomo fosse cattivo, di quanto potesse essere pericoloso… E lui pericoloso lo era davvero, perché, col tempo, in casa era diventato sempre più prepotente e, spinto dalla sua innata diffidenza, vedeva in noi nient’altro che dei nemici da odiare. Non erano rari i litigi e la mia corsa a chiamare i vicini. Quante volte ho cercato di parlargli per farlo ragionare, nonostante fosse, come diceva mia nonna, inutile, perché lui non aveva nessuna intenzione di mettersi in discussione. Provavo rabbia e vergogna per il clima che c’era in casa mia. Per questo ho sempre tenuto lontani i miei amici, per questo a casa non veniva mai nessuno, per questo ero sola.

E dopo il terremoto le cose peggiorarono, la depressione di mio padre permise al nonno di prendere il sopravvento e l’anno in cui siamo stati nel prefabbricato fu un non vivere. Ogni momento era buono per insultarci e minacciarci, obbligandoci a dormire con la porta della camera da letto chiusa a chiave. Non era demenza senile, ma cattiveria pura, voglia di prevaricazione, odio verso l’umanità tutta.

Trascorrevo le notti chiedendomi come sarebbe stato il giorno dopo, ipotizzando tattiche di difesa o di risoluzione, poi chiudevo gli occhi e mi tuffavo nel sonno lasciando l’attenzione in allerta. Finché non mi decisi a rivolgermi ai carabinieri, sperando che potessero aiutarci a trovare un modo per allontanarlo. Ma mi fu risposto che non potevano intervenire, perché dopo gli ottant’anni la legge ti tutela come un minore. Era troppo vecchio per cacciarlo fuori di casa, e, in un certo senso, ne eravamo anche responsabili. “Parlane con l’assistenza sociale”, mi fu consigliato. “Chissà che non riescano a trovare un modo per risolvere le cose”. Ed io lo feci, con il cuore colmo di speranza, immaginando già i giorni tranquilli che avremmo vissuto senza di lui. Ma l’ottimismo durò poco, perché alla vana idea dell’assistente sociale di poter condurre mio nonno alla ragione, con una semplice paternale, seguì una reazione a dir poco risolutiva: il nonno diede fuoco al prefabbricato con l’intenzione di ucciderci. Per nostra fortuna, lo fece di giorno, permettendoci di salvarci. Non dimenticherò mai quella data perché non ho ancora capito se è stato un giorno fortunato o sfortunato e perché vista la combinazione di numeri non so decidere se essere scaramantica o no. Accadde venerdì 17 dicembre alle ore 13… ed io avevo diciassette anni. A seguito dell’incendio, non so come e da chi, il nonno fu sistemato in un luogo diverso dal nostro e da allora non l’abbiamo più visto.

Sì, sono stati anni difficili, amico mio, tanto che ho dimenticato quanto fossi stata brava a scuola. Alle superiori, per l’elevato numero di assenze, ho perso due anni, con la sensazione di non valere più nulla, perdendo ogni sicurezza nelle mie capacità. E che ero brava a scrivere me lo stai ricordando tu, perché per tanto tempo ho pensato fosse solo un sogno, una mia aspirazione, nulla di più.

Mi hai detto che nei tuoi ricordi ero la “ragazza col grembiule nero”, perché continuavo a portarlo nonostante le altre lo avessero abbandonato da tempo. Ti ho risposto che lo indossavo per volontà di mia madre, ed era così, ma non ti ho detto quale fosse il motivo per il quale non mi sono mai ribellata, perché una volta arrivata a scuola non lo toglievo. Il fatto è che con quel grembiule io mi ci trovavo bene, perché nascondeva il mio corpo, mi faceva sentire al sicuro, perché avevo un rifiuto per quella che ero e per ciò che avevo vissuto. Avevo la sensazione che se l’avessi tolto, tutti avrebbero saputo ciò che quel vecchio aveva fatto di me…

A Didì, compagno delle medie e amico caro, che ho ritrovato dopo trentasette anni, con lo stesso affetto di un tempo.

prima_media_dora
Primavera 1977 – prima media

179 pensieri su “La ragazza con il grembiule nero

  1. E’ la prima volta che commento i tuoi post. Scrivi molto bene e, come hai scritto in altri commenti, trasmetti delle sensazioni indescrivibili. Lo posso confermare anche io. Che sia una cosa personale e carica di tristezza, vedo anche una cosa positiva: l’amicizia pura, che nemmeno il tempo riesce a far smorzare d’intensità. Complimenti.

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  2. Cara Dora leggendo queste righe i ricordi mi hanno travolta…li ho vissuti anche io…con mio padre e non con mio nonno che pur abitando con noi semplicemente ci evitava…tu il terremoto…io una frana che ci ha fatto trasferire in mini casette dette “parcheggio” perchè saremmo dovuti restare lì solo 6 mesi che si sono trasformati in 6 anni…i litigi…le botte…le corse dai vicini…i pianti…eppure anche io per gli altri ero solo la piccoletta che rideva sempre…un abbraccio!

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  3. La sofferenza rende capaci di esprimere i sentimenti provati in passato come se fossero vissuti ora, ammorbiditi dalla coltre in cui avvolge la scrittura.
    La famiglia non è sempre un nido d’amore, l’amicizia vera invece sì. Perché è una scelta consapevole.
    È dura nonostante il tempo sia passato senza vedersi.
    Mi hai emozionato Dora.
    Primula

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  4. Ti sei espressa magnificamente bene, sei riuscita a condensare in poche righe tante cose, ritratti di persone e fatti, e senza retorica, considerando poi la materia non certo facile. Se la vita con te non lo è stata fortunata, tu lo sei ad essere come sei. A come, malgrado tutto, sei riuscita a superare ogni prova, a trasformare il male in bene.

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    • Con il tempo ho imparato ad esaminare i fatti e le persone ed ho capito che anche se è difficile prevenire, almeno bisogna sforzarsi di capire e cercare un modo per risolvere le cose prima che si complichino. L’inattività, il vittimismo, il delegare servono solo a rimandare e per lo più aggravano le situazioni. Mi sono trovata spesso nella necessità di fare una scelta con la consapevolezza che la risoluzione stava a cuore soprattutto a me…

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  5. Dora, sarò ripetitiva, ma tu hai proprio il potere di emozionarmi, commuovermi e coinvolgermi. Che bella amicizia quella con Didì, e meno male che ti ha ricordato quanto sei brava a scrivere…noi ce ne siamo accorti subito. Notte amica cara, bellissimo e delicato scritto come del resto sei tu!

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  6. Ed ecco un’altra preziosa perla per la tua collezione. Non tanto per il contenuto così toccante e forte. Ma per la tua capacità scrittoriale. Una capacità difficile da riscontrare in un’autrice. Ovvero quella di empatizzare già dalle prime righe con il lettore, catturandolo con una semplicità innata di narrazione. E con un progressivo disvelamento di situazioni ed emozioni di profonda drammaticità. Frutto di un vissuto riconciliato, ma dalle evidenti troppe cicatrici. La forma epistolare scelta, poi, fa risaltare ancor più la dolcezza dell’animo nel confronto con una durezza di relazioni affettive e familiari violente e prevaricatrici: più disposte all’angheria ed allo stupro, piuttosto che al gesto tenero d’affetto che, il legame parentale, potrebbe e dovrebbe suggerire…
    Incanti e commuovi, mia splendida fanciulla.
    Bacio di brezza soave…

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  7. quando ai ricordi non si può dire di no. Una pagina struggente e bellissima cara Dora, hai dato così tanta “vita” a quella vita passata che il tempo pare non essersene accorto. Complimenti

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  8. Brutte pagine della tua adolescenza scritte da una mano familiare. Ferite ed umiliazioni che nessun tempo potrà mai rimarginare ed il ricordo non allenta la pena.
    Nonostante i limiti estremi di questo enorme peso la tua natura relazionale e umana è rimasta illesa.
    E ti fa bella persona, cara Dora.
    Un forte abbraccio da Affy

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  9. Ciao, Dora, ma il male al braccio è contagioso? Ho passato la giornata in Ospedale … un dolore insopportabile … non riesco a scrivere … e sono già due settimane … Però ti leggo sempre, mi commuovo e mi sento completamente coinvolta dai fatti della tua vita. Alcuni, molto simili, li ho vissuti in prima persona, con un padre-padrone violento … io però non riesco a parlarne, preferisco dimenticare … non penso potrei vivere ricordando … a volte si fa solo quello che si può … ti voglio bene, Dora, un grande abbraccio. ❤

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      • Lo so, Dora, per te il ricordo è fondamentale, tu sei una persona speciale, una “donna” meravigliosa. Io sono piccola piccola, e mi nascondo come un coniglio … beh, una cosa per volta!, adesso deve passare il dolore … al resto ci penserò, come disse Rossella “Domani è un altro giorno”! un bacione, Dora, con tutto il mio ❤ … anche quando non mi vedi … non sono lontana … 😉

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