L’uomo bicentenario

L’uomo bicentenario, per chi non lo sapesse, è un bel film interpretato da un bravissimo Robin Williams, tratto da un racconto di Isaac Asimov e da un libro scritto da lui insieme a Robert Silverberg.
Vi si racconta la storia di Andrew Martin, un androide, che, acquistando coscienza di sé, comprende ben presto di essere diverso dagli altri robot. Inizia così un percorso che lo porterà a scoprire l’esistenza e il significato della vita, delle emozioni, della libertà, dell’identità, acquisendo così la sicurezza necessaria per fare le scelte che gli permetteranno di diventare umano.
Ed è di diversità che vorrei parlare, ma non della diversità fisica, perché non ne avrei la competenza. Quello che vorrei estrapolare, invece, è il concetto di Identità.

Non so se è per istinto, convenienza, pigrizia… che si tende, a volte, ad uniformarsi al pensiero e alle scelte degli altri. Mi rendo conto, però, che mantenere la propria posizione costi fatica. Che sia un figlio che tenti di far capire ai genitori di sentire il bisogno di cose diverse dalle loro aspettative, che sia una donna forzata in un ruolo che non rispecchia quello che lei è veramente, che sia un uomo gravato da scelte più grandi di lui, in ogni caso, la tentazione di zittirsi, di perdersi è forte e a volte l’unica che abbiamo l’opportunità di fare. E si finisce per decidere di non guardarsi più dentro, per non vedersi, con l’unico scopo di evitare la sofferenza. E non rimane che aggrapparsi ai sogni, a un’idea, a un amore vano, pur sapendo che, forse, nulla di tutto ciò si vuole veramente.
Io credo che accettare la propria identità sia un cercarsi, un volersi, un amarsi. E chissà, magari è per questo che a volte ci sentiamo soli, perché sappiamo di aver rinunciato alla nostra diversità.

104 pensieri su “L’uomo bicentenario

  1. E’ difficile sentirsi giudicati diversi. E per questo molti si omologano alla massa. Ci sono alcuni che però, magari neanche sapendolo, non smettono mai di cercarsi. Alcuni sono convinti che ci sia una metà, che gli manchi qualcosa/qualcuno/a. Ci vuole consapevolezza di sé. Pochissimi sanno cos’è.

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  2. Hai preso uno spunto meraviglioso per un argomento molto delicato… Adoro quel film, mi ha commosso come pochi. E’ verissimo quello che dici, conformarsi alle regole esterne è moto più comodo e socialmente accettabile che guardarsi dentro ed assecondare il proprio vero io. Da questo grande errore deriva molta della nostra infelicità… Assecondare la propria anima forse è difficile e crea anche sofferenza ma è una sofferenza solo esterna, ben più gestibile se c’è una pace interiore.

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  3. Qualcuno ha detto che la vera bestia da combattere per poter essere veramente chi siamo è il giudizio sociale ed il giudizio che esercitano di conseguenza su noi stessi. Dovremmo uccidere il giudizio, dovremmo farlo tutti. È che richiede coraggio, spesso troppo. Ma penso valga la pena tentare con convinzione.

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      • Io non credo. Penso che faccia parte degli insegnamenti, come ne fanno parte molte altre convinzioni. Il giudizio èlegato spesso alla paura del diverso, all’esigenza di crearsi una zona confortevole entro la quale tutto gli è familiare in modo rassicurante. Tutto questo è mentale, non ha molto a che fare con l’istinto. L’istinto lo si mette in campo quando dobbiamo valutare una situazione in tempi brevi per salvare la pelle. Non mi pare che viviamo in contesti che mettono a repentaglio le nostre vite, in generale. L’essere umano sa pensare e pensando è in grado di andare oltre la pulsione istintiva. Lo può fare.

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      • Sono d’accordo con te riguardo all’ambiente che insegna, ma un po’ di istinto lo lascerei. Poi, che l’uomo abbia la facoltà di controllare l’istinto questo è indubbio. E se ci pensiamo bene, forse l’impoverimento culturale porta ad atteggiamenti più istintivi e meno meditati. Poi, il giudicare e spettegolare fa in un certo senso crescere la società, perché pone in atto confronti e scelte rivolte al miglioramento.

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      • Non condivido questo tuo pensiero. Il giudizio se ci pensiamo bene non fa crescere molto, ma può essere strumento di manipolazione. Se l’obiettivo è diventare veramente ciò che siamo, essere continuamente sottoposti al giudizio lo rende irraggiungibile. Liberarci dal giudizio è il primo passo. Pensaci bene: quante delle nostre scelte sono veramente libere, veramente nostre? NOSTRE e non dettate da insegnamenti, indottrinamenti, dogmi, manipolazioni propagandistico e culturali e via dicendo? Non riusciamo nemmeno a vestirci senza condizionamenti. Scegliamo i libri, le cose che mangiamo, le persone che frequentiamo seguendo indicazioni che anziché venire da noi stessi ci arrivano da fuori. Ci adegui amo alle convinzioni che ci passano i media, le pubblicità, i commenti dei colleghi alla macchinetta del caffè. C’è chi si sposa per seguire tali condizionamenti e che magari mette pure al mondo dei figli. Salvo poi capire che non fa per lui/lei. Ora dimmi, quanto bene fa il giudizio alle nostre esistenze? A parer mio è la bestia per eccellenza.

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      • Se i tuoi genitori ti impongono una scelta è perché la giudicano migliore, senza avere necessariamente pregiudizio nei confronti dell’altra scelta. Mentre il pregiudizio è negativo a prescindere: tu devi fare il medico perché non mi piacciono i pittori.

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      • Non trovo il giudizio dei genitori su che cosa sia meglio per il futuro del proprio figlio una gran cosa. Imporre una scelta a una persona che dovrebbe essere libera di capire che cosa vuole non è mai buona cosa, salvo casi fortuiti in cui ci si azzecca. Prova a pensarci: un’intera esistenza sarà condizionata dal giudizio che scaturisce a Monte, forse in modo negativo, forse pessimo. Ma a prescindere da che cosa accadrà poi, perché chi subisce un’imposizione di questo tipo deve subirla? Che giustizia c’è in questo? Non c’è amore genitoriale che possa giustificare gli scompensi che una persona dovrà sopportare per tutta la sua vita pur di sottostare a un giudizio. E questo è solo un esempio. Per non parlare delle conseguenze a cui questo tipo di scelte portano nella vita emotiva di una persona e di conseguenza nelle vite di tutti coloro che avranno a che fare con lui o lei. Essere liberi di essere quello che si è presuppone l’eliminazione del giudizio. Non sentirsi giudicati per quello che si è dovrebbe essere un diritto inalienabile, sempre, ovunque e per chiunque.

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      • Possiamo tranquillamente parlare di cattivo giudizio. Ma non per questo dobbiamo demonizzare il giudizio in generale. Se non si hanno capacità di giudizio non si riescono a fare le scelte giuste. Quindi non è eliminando il giudizio che le cose possono migliorare, ma fornendo cultura il giudizio può essere più obiettivo. se i genitori impongono delle scelte vuol dire che si basano cu convinzioni proprie senza ascoltare la volontà. Normalmente la spinta maggiore la danno la convinzione di un miglior guadagno economico o posizione sociale più appetibile. Il giudizio serve perché ci fa capire quale sia la situazione migliore per noi: giudicare un abito, un’abitazione, una moglie, una scuola… è necessario perché senza giudizio non si può decidere quale scegliere. Quella a cui ti riferisci è intromissione.

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      • Forse non riesco a spiegarmi bene e questo è un mio limite. L’intromissione è una conseguenza del giudizio, così come lo è il dolore che ne deriva. Forse dipende molto dagli obiettivi che una persona si pone. Se l’obiettivo è realizzare se stessa e quindi essere felice, una persona dovrà innanzitutto capire chi è e cosa vuole. Ma come potrà mai farlo se è terrorizzata dal giudizio di un padre e di una madre o di chiunque per loro? E allora l’obiettivo qual’è? Quello di non deludere mai le aspettative di nessuno e uniformarsi al giudizio altrui sempre e comunque? E quell’altro obiettivo allora? La felicità, la realizzazione di quello che davvero si è? Facciamo finta che non esista?

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      • Ti sei espressa bene, ma giri su te stessa. Il problema sta nel non voler scontentare i genitori, a prescindere dal giudizio o pregiudizio. Se io ho il diabete non pretendo che gli zuccheri vengano eliminati del tutto. Il diabete è solo un mio problema. così per le scelte dei genitori. Se essi sono ostinati e non ascoltano, non possiamo eliminare il giudizio che non è colpevole di nulla. Il problema in questione è l’imporsi dei genitori comunque.

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      • Il ricatto affettivo è un modo per imporre il potere. E la volontà di imporsi deriva dal giudizio, non dall’effetto. Mi vien da dire che dove il potere si sostituisce all’amore non c’è da aspettarsi un granché come risultato. Sia come sia, alla fine il prodotto è la sofferenza di qualcuno.

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      • E in merito al “saper fare le scelte giuste”, quando ti è permesso di capire chi sei e cosa davvero vuoi, quando ti è concesso anche di sbagliare senza avere il terrore di venir giudicato, va da sé che trovi il modo per fare le scelte più giuste per te. Sempre meglio che sbagliare sulla scia di scelte sbagliate fatte da altri in vece tua.

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  4. Quando vedevo in giro il tuo avatar mi sono sempre chiesto: perché… premesso che adoro questo film… finalmente oggi ho potuto rubare un po’ di tempo al lavoro e dare un occhio al tuo blog…e ai tuoi perché.
    Essere se stessi e rispettarsi è una delle cose più difficili… io sto ancora imparando a non mettermi da parte e a non soffocarmi… la strada è lunga, ma, peccato, non avere più tempo ^_^

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  5. “…è per questo che a volte ci sentiamo soli, perché sappiamo di aver rinunciato alla nostra diversità.” Hai fatto una riflessione davvero stupenda. E “L’Uomo bicentenario” è davvero un film stupendo, e Robin Williams meraviglioso, peccato non ci sia più, ma forse aveva perso la sua identità e non sapeva ritrovarla, chissà…

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  6. Ciao 🙂 Prima di tutto, complimenti per il blog!

    “Non so se è per istinto, convenienza, pigrizia… che si tende, a volte, ad uniformarsi al pensiero e alle scelte degli altri.”
    In questa frase non mi ritrovo per nulla. A dire il vero, non mi ritrovo affatto col concetto di “dover uniformarsi al gruppo”. Anzi, io lotto e combatto per essere diversa… con esiti catastrofici, perchè si sa qual è la logica del gruppo: o sei come gli altri e ti adegui al pensiero comune o altrimenti chi vuole esprimere la propria diversità è sempre valutato come “polemico”. La vivo ogni giorno questa storia e mi sta ormai portando a non poterne più.

    “E non rimane che aggrapparsi ai sogni, a un’idea, a un amore vano, pur sapendo che, forse, nulla di tutto ciò si vuole veramente.”
    Io mi aggrappo sempre ai miei sogni. Sogno un mondo dove poter essere me stessa dicendo ciò che penso senza che le persone mi giudichino con pregiudizi, invidie, o gelosie di sorta. Poi ho trovato WordPress.

    “Io credo che accettare la propria identità sia un cercarsi, un volersi, un amarsi. E chissà, magari è per questo che a volte ci sentiamo soli, perché sappiamo di aver rinunciato alla nostra diversità.”
    Io mi sento sola per l’esatto opposto: perchè non so conformarmi agli altri, al pensiero “del gruppo” e questo viene costantemente travisato da chi ho intorno. Viene visto come la presenza una che vuole sempre creare guai solo perchè ha le sue idee e vuole vivere la sua vita secondo ciò che crede/può fare. Hai presente la frase “dove inizia la mia libertà è là che la tua finisce”? La libertà è anche potersi esprimere, poter essere se stessi al 100%. Cosa che dagli altri non è ben accetta. La diversità, la distinzione, non sono cose ben viste dalla massa. Ma anche solo semplicemente dal gruppo di persone che frequenti.

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  7. Non hai idea dell’impatto che quel film ha avuto su di me ….. non mi dimenticherò mai la prima volta che l’ho visto… quella notte non sono riuscita a dormire e la mattina successiva avevo l’esame di storia del diritto italiano se non ricordo male …. mamma mia …
    Dopo questa breve parentesi, 🙂 , vorrei dirti che sarà una bella esperienza seguirti… spero che con il tuo blog, viste le emozioni, le riflessioni e ciò che esse comportano non dovrò correre da un cardiologo od uno psicoterapeuta… scherzo ovviamente, era per esprimere l’idea che la validità di ciò che viene proposto in un blog, porta inevitabilmente ‘ l’offerta’ di contenuti che a volte mettono a dura prova le nostre più intime e profonde riflessioni. a presto ❤

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  8. Sai che non l’ho mai visto per intero? C’era sempre qualche visita o avevo qualcosa da fare quando lo trasmettevano.
    Prima di esprimere un giudizio sul post cerco di procurarmelo e di vederlo 🙂
    Buon fine settimana 🙂

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  9. Dora, dopo aver letto questo non protro mai guardare il tuo avatar stesso…le tue parole hanno reso morbido e bello! E tu sei proprio, a volte non abbiamo altra scelta se non quella di essere perso. Speriamo che possiamo svegliare noi stessi e porre let domande necessarie in modo da poter arrive a conoscere noi stessi ei nostri veri desideri.

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  10. La ringrazio per aver seguito il mio weblog!
    Probabilmente la diversità liberata da ogni velo consente di mostrare la migliore parte di noi e magari ritrovarla in qualcun altro.

    “Il vero splendore è la nostra singola, sofferta, diversità.” Margaret Mazzantini

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