E vita fu

respira
RespiraCecilia Gattullo

Quanti anni son passati? Ricordi quel novembre del 1987? Dai, fai uno sforzo e vedrai che tutto ti apparirà come se fosse accaduto ieri…

Eri stanca di startene sempre in casa, con tua madre che ti faceva da ombra. E se la invitavi ad uscire, lei ti rispondeva con un “no” secco, perché non aveva interesse a lasciare il divano se in casa c’eri anche tu. Lei voleva solo compagnia e la tua le bastava. Proprio così, perché in casa tu ci stavi praticamente sempre, non avendo motivazioni per fare altro. Le tue amiche avevano tutte il ragazzo e poco c’entrava la tua presenza inopportuna. Oh, sì, anche tu ce l’avevi il ragazzo, ma con lui era finita da tempo e vi vedevate raramente. Ormai stavate insieme per inerzia, un evento dettato solo da un affetto fraterno, perché del vostro amore non era rimasta traccia. Ricordi i pianti e le volte in cui avevi cercato di fargli capire che quella non era vita e che volevi un cambiamento? Uno qualsiasi, anche farla finita se necessario, pur di dare uno scopo ai giorni che passavano. In fondo, oltre a lui non avevi altro, neppure un lavoro non pagato o un figlio a cui badare. Perché era quello che ti mancava e che volevi a tutti i costi, volevi mettere su famiglia per avere degli affetti veri, come non ne avevi mai avuti. Volevi un figlio, un legame certo, da amare più di ogni altra cosa al mondo e che nessuno avrebbe mai potuto portarti via. A quelle condizioni, in quei giorni sempre uguali, ci saresti pure rimasta, senza rimpianti, lo sapevi, perché quando davi la tua parola, quella vera, quella detta con convinzione, quella di cui tu non eri capace di tradire l’esistenza, poi alla fine la mantenevi.

Ma la tua disperazione si perdeva nel vento, come la tua speranza di essere felice, e vedevi la tua possibilità di vivere dissolversi in un “questa volta passo”, come fosse stata in una partita a poker, giocata sempre con la mano peggiore del tavolo. Sapevi che sarebbe stato facile arrenderti ancora e ancora, e lasciarti andare in un tranquillo morire. Quale suicidio migliore del vedersi scomparire pian piano? Nessuna pena evidente, nessuna richiesta, nessuna risposta da dare, se non a te stessa per non aver preteso di vivere. E tu, di vivere ne avevi una gran voglia, non potevi accettare quel confino senza fne, quell’attesa senza speranza. Il tempo per l’indugio era scaduto e l’indirizzo che ti eri procurata da mesi ti bruciava tra le mani. Quella era la tua possibilità di evasione, la rete che avrebbe potuto tirarti fuori dalle profondità dell’abisso in cui eri sprofondata. Sapevi bene che per avere il coraggio di lasciare ogni cosa avresti avuto bisogno di un’emozione forte, qualcosa che desse nuova luce al tuo futuro, un’ancora a cui aggrapparti.

Ricordi come te l’eri procurato quell’indirizzo? Saputo da amici che i tuoi si erano trasferiti a Torino, sei andata a trovare quel tuo amico poliziotto, quello che era venuto a casa tua quando tuo padre adottivo aveva deciso di farla finita. Lo fanno, in caso di suicidio, perché devono indagare riguardo a eventuali responsabilità. Lui era per te l’unico modo per rintracciare chi alla tua vita aveva dato origine. E ci sei andata senza pensiero, ricevendo il recapito di tuo fratello e tua madre, quella vera, quella che ti aveva partorito e di cui non sapevi se temere malattie ereditarie, per quelle domande, sai, riguardo l’anamnesi famigliare, ritenuta tanto importante per la propria vita. Ma non era solo quella la necessità che ti spingeva a cercarla, perché tu avresti voluto delle risposte, delle notizie, senza dimenticare la curiosità, il dolore e magari, chissà, l’affetto. E ricordi il bacio che il tuo amico ti ha dato sulle labbra? Ti ha colto di sorpresa, ti ha preso il viso tra le mani e ti ha lasciato quel bacio veloce. Ti ha infastidito quell’ardire, ma ti ha anche dato forza perché c’erano state tenerezza e apprensione nel suo atto. Aveva mostrato timore per quella tua decisione e forse era anche un modo per dirti di restare, ma tu non avevi in mente altro che la partenza, e non hai mostrato interesse a ciò che ti stava dichiarando.

Non volevi abbandonare nessuno, con quel viaggio, come tanti invece ti hanno accusato. Non sapevi neppure che Torino ti sarebbe piaciuta così tanto da volerci rimanere e che mai saresti tornata al vuoto in cambio di una tranquillità che sarebbe servita solo al benessere della tua mamma adottiva. Cosa che però non hai mai trascurato, facendo viaggi mensili per lei, per rincuorarla della perdita che le si prospettava, e rassicurandola che un giorno lei sarebbe stata dove tu saresti stata. Ricordi quei viaggi, fatti di notte? Tra sconosciuti addormentati, eri l’unica a vegliare e questo ti faceva sentire più sola che mai. Erano ore che passavi in piedi in corridoio con gli occhi persi nel buio della notte e il freddo che ti attraversava la schiena. Non avevi un letto tuo in quegli anni, un posto da poter chiamare casa, non ti sentivi a tuo agio in nessun luogo e tutto ciò che riuscivi a fare era guardare al momento in cui avresti avuto ciò che cercavi. E non importava il peso che la tua vita stava ancora avendo, le difficoltà, ancora tante, da superare, avresti sopportato tutto pur di respirare quel cambiamento. Perché un cambiamento è sempre la cosa migliore, anche se non sai dove ti porterà…

Ringrazio Cecilia Gattullo per avermi consentito di usare il suo Respira per questo post. Grazie Cecilia! I tuoi quadri sono la mia passione!

191 pensieri su “E vita fu

  1. Che storia triste! Ci sono tante persone in giro che consumano la propria vita per inerzia,arrese,senza avere il coraggio di dare una svolta,di cambiare.Cambiare fa paura a molti,ma è necessario quando la propria vita non ci rende felici.Spero che scriverai il seguito di questo cambiamento 😊

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  2. Uff è partito il commento senza che io potessi finire!
    Forse è meglio così perché è difficile non conoscendo poter esprimere alcuna proposta ho anche offrire il proprio aiuto.
    Sheraconunabbraccio 🌷🍀🌹

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  3. Cara Dora, sono onorata che tu abbia voluto scegliere un mio quadro per rappresentare una parte così importante della tua vita, e ti voglio immaginare proprio così, con le braccia allargate, che respiri, che assapori finalmente il benessere che deriva da una decisione così difficile come il non volersi più veder scomparire piano piano, e il voler pretendere invece di potersi sentire un po’ più padroni di se stessi.
    Grazie perché ci trasmetti sempre delle forti emozioni.

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      • Mi hai ricordato tanto i viaggio sull’espresso Napoli Milano… 12 ore di notte… che incubo… dormire impossibile, cuccette a 6, un inferno… e poi ottocentomila fermate, fermava in ogni paesello d’Italia l’EXP, oggi soppresso da lungo tempo, e le cuccette si riempivano del puzzo come di gomma bruciata prodotto dai freni sulle rotaie…brrrividi….

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      • Se si era in pochi si stendevano i sedili e si cercava di dormire. Ma io non ci sono mai riuscita, per vigilare. Una volta mi son trovata a viaggiare con un finanziere in borghese. Abbiamo steso i sedili per dormire, ma invece di sentirmi al sicuro ho pensato al pericolo di dormire con lui. Si vedeva bene la pistola che aveva sotto la giacca e per evitare che malintenzionati potessero entrare ed appropriarsene, sono rimasta tutta la notte di guardia 😉 😀

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      • E le volte in cui non c’era posto e me ne rimanevo tutto il tempo con i bagagli in prossimità dell’ingresso. Io sceglievo lo spazio dalla parte del gabinetto, per averlo a portata di mano e lasciare incustodite le valigie il meno possibile. Fu in uno di quei viaggi che ho conosciuto un americano e visto per la prima volta la patente formato tessera…

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      • ah oddio l’ossessione delle valigie! Io me la tenevo per 12 ore! Oppure mi portavo nel cessroom tutto ciò che avevo di valore, tipo il cellulare, portafoglio ovviamente, ma anche che nee so, il caricabatterie, il libro, il cestino della merenda 😀

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      • ah la storia dello spray mi ha perseguitato! Una volta mi successe una cosa stranissima: persi il biglietto… ma sapevo il numero di cuccetta, ci andai… e dopo poco si presentò uno col biglietto dello stesoso posto mio! Dovetti sloggiare 😦 e farmi le mie 12 ore nel corridoio…mamma mia che fatica… viaggiavo tutte le settimane per non lasciar sola la mia attuale moglie, all’epoca fidanzata…

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      • Che fatica… Comunque la paura più grande l’ho avuta quando ho scoperto di essere rimasta sola in tutto il vagone… Erano scesi tutti in altre stazioni… Ho preso le valigie e mi sono spostata. Quella volta credo di aver rischiato grosso, perché dei ragazzi che giravano sul treno hanno guardato nel mio scompartimento e visto che ero lì da sola mi hanno guardata, per degli istanti interminabili, prima di decidere di andarsene…

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  4. meraviglioso il quadro e il racconto è simbolo di speranza per chi si sente perso e fuori posto in questo mondo! Ognuno ha un posto e un obiettivo da raggiungere, serve poi la forza per cercarli, e tu questa forza l’hai avuta a dispetto delle difficoltà e delle avversità della vita ….
    🙂 buona giornata

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  5. Quando avevo 36 anni ho cambiato il mio modo di vivere.. e lo cambio anora … evito sopratutto il stress e la negatività.. cara Dora camminando nella propria vita poi essere bella e fatticosa.. ma mai mai schiavo .. questo mai… ti abbraccio Pif

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  6. Ogni volta che ti leggo mu rimesti dentro. Mi porti a galla emozioni e ricordi che a volte vorrei far tacere…
    Mi sei tanto cara.
    Bellissimo il quadro Bellissimo l accostamento con il tuo racconto.
    Lieta sera Dora.

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    • Grazie Eli, il tuo è un bel complimento.
      Le emozioni e i ricordi non possono essere zittite, non per molto almeno. Torneranno sempre a ricordarci la loro presenza finché avremo vita…
      Un abbraccio grande 🙂

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  7. Che dire, se non che appassioni, che sai appassionare? Al di là della vicenda personale, c’è un gusto per la narrazione, questo mi pare di avertelo già detto, ma: repetita iuvant. Sai raccontare, hai voglia di raccontare, e questo porta ad immedesimarsi con il tuo personaggio, riconoscendocisi e cogliendo quegli aspetti in cui potersi identificare…
    Splendida
    Un caro saluto con un bacio di vento soave…

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  8. Un post malinconico ma vero e pulsante come quel desiderio di rompere un cerchio che diventava stretto.
    Un esame di coscienza, una voglia di riscatto, un desiderio di togliersi da dosso paure e angoscie che stavano inquinando il pensiero.
    Così saltando oltre la siepe sempre conoscere cosa stava dietro è un atto di coraggio che va premiato col senso della vita.
    Serean serata

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  9. Quel che aveva sperato per lo Stormo, se lo godeva adesso da sé solo. Egli imparò a volare, e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare. Scoprì ch’erano la noia e la paura e la rabbia a render così breve la vita d’un gabbiano. Ma, con l’animo sgombro da esse, lui, per lui, visse contento, e visse molto a lungo.

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  10. Il cambiamento è parte integrante della vita… mutiamo di continuo… e guai se così non fosse. La vita stessa non avrebbe scopo…
    Io voglio sempre cambiare, ho bisogno dei cambiamenti intorno a me, altrimenti mi sento spenta e vuota.
    Un abbraccio ❤

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  11. Che racconto Dora, che stralcio di vita, che forza mista a disperazione viene fuori dalle tue parole. Ho visto quelle veglie in treno tra pensieri sospesi e desiderio di cambiamento…Un racconto che unisce a una profonda malinconia una spinta incredibile alla vita, alla liberazione da un fardello…meraviglioso!
    E non sai quanto mi emozioni vedere il quadro di Cecilia, amica da sempre, accostato alle tue parole, straordinaria amica di penna! Un abbraccio fortissimo

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  12. Bellissimo ed emozionante. Mi sono rivista in alcune frasi ed alcune suggestioni, ma come ribadisci spesso, senza tristezza, in fondo quello che abbiamo vissuto è quello che siamo. Nel bene e nel male, è sempre una conquista, sempre qualcosa che nessuno può portarci via.

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  13. Ciao, entro in punta di piedi nel tuo blog.
    Io non ho mai fatto cambiamenti ‘epocali’, quindi da questo punto di vista ho esperienze molto più llimitate.
    E per fortuna!
    Io, infatti, sono molto ‘sentimentale’ e legatissimo a luoghi, situazioni e persone dove sono stato e con le quali ho vissuto.
    Il mese scorso, per farti un esempio, sono passato in auto davanti alla fattoria dove un tempo vivevano i miei nonni, che andavo a trovare ogni domenica.
    Venduta e ristrutturata, non la vedevo da almeno 20 anni.
    Beh, non avevo più la forza di andar via, solo l’arrivo di un’auto che doveva passare (si trattava di un vicoletto un po’ stretto) mi ha fatto sloggiare, e con me quella miriade di ricordi di un ambiente un tempo a me caro.

    Kikkakonekka (maschietto)

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    • Ti capisco, nel mio recente viaggio ad Avellino ho fatto la stessa cosa: ho passeggiato nelle stesse strade e cercato le persone che conoscevo, così come la casa dove abitavo. Sì, ci si affeziona ai luoghi e a tutto ciò che ha fatto parte del nostro passato, e più precisamente degli anni in cui si è formato il nostro pensiero…

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  14. Mi ha colpito molto questo racconto perché sembra che tu ti stia rivolgendo ad una vecchia amica.
    L’ho letto tutto di un fiato perché è scorrevole, potresti partire da qui per scrivere un libro, né verrebbe fuori una storia interessante.
    Buona serata Dora, ti seguo sempre con piacere.
    Ciao

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  15. …E tu, di vivere ne avevi una gran voglia, non potevi accettare quel confino senza fne, quell’attesa senza speranza. Il tempo per l’indugio era scaduto e l’indirizzo che ti eri procurata da mesi ti bruciava tra le mani. Quella era la tua possibilità di evasione, la rete che avrebbe potuto tirarti fuori dalle profondità dell’abisso in cui eri sprofondata….

    ———

    Sono affascinata da quelle parole.
    Commovente e ben scritto. Grazie… Aquileana ☀️

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