Il legame

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Anima_03Cecilia Gattullo

Cosa mi resta di quelle attese? Ore passate ad aspettare il tuo arrivo, fedele all’idea che ti avrei avuto, anche solo per un istante. Ho creduto alle tue promesse, così come ai tuoi silenzi. Ho creduto ai motivi delle tue assenze, ma anche alle certezze che erano solo mie. Perché io volevo aspettarti, senza lasciar andare la possibilità di esserci, di vederti, unica via per sentirmi felice. Volevo crederci e mi aggrappavo a quella speranza come se fosse l’ultima a venire.

Mi appoggiavo ad un pilastro di quel vecchio edificio, in quella strada che avrebbe visto il tuo passaggio. Con gratitudine mi lasciavo sostenere, come un piantone lo sorvegliavo, nel tempo della sua immobilità. Ci facevamo compagnia in quei pomeriggi lunghi, vuoti, senza un’anima con cui parlare, senza altro scopo da definire. E si sopportava insieme il peso dell’attesa e delle ore che scandivano le nostre vite. Sembrava quasi un gioco il nostro, una scommessa a chi avrebbe resistito di più in quella posizione, sospesi in quello spazio, un po’ insicuri del nostro ruolo. E dire che alla fine vinceva sempre il pilastro, perché lui, in fondo, un ruolo lo aveva, mentre il mio era un inganno, un parassitismo, un miraggio di sopravvivenza a quell’attesa.

Uscivo di casa in fretta, ogni volta sicura che ti avrei visto, che avrei passato del tempo con te. Non erano ammessi tentennamenti, o andavo via alla solita ora o mio padre avrebbe cominciato a fare domande chiedendomi il perché di quelle variazioni, cosa che non volevo rischiare per non arrivare alla fatidica risoluzione finale: “Ma dove vai, resta qui, non è mica necessario uscire ogni giorno…”. Oh, sì che era necessario, io dovevo uscire ogni giorno, sfruttare quelle tre ore di aria che mi venivano concesse, anche a costo di aspettarti invano, anche se del mio tempo non mi sarebbe rimasto nulla.

Un legame, quell’attesa, che non mi lasciava libera di volere di più, ancorata a quell’unico spiraglio di felicità. Un legame necessario, che mi permetteva di amare il trascorrere dei giorni, ma da cui avrei voluto fuggire. E quell’essere sempre lì ad aspettarti, in fondo era il mio modo di fuggire, dall’illusione del tuo amore, perché farmi trovare pronta ad accoglierti non era altro che un frenarmi dal venirti a cercare. Se lo avessi fatto, avrei scoperto verità che mi avrebbero tolto l’inganno su cui avevo costruito tutto di noi e con esso ogni aspettativa non avrebbe avuto più valore.

Le mie amiche sparivano in fretta nella scia dei loro sentimenti. Un altro era per loro l’approdo, diverso dalla mia sola presenza, e a me non rimaneva che quel pilastro e una città che cominciava a non  essermi più amica, perché troppo accorta alla mia solitudine e al vuoto che dentro di me cresceva. Per questo la disperazione è durata poco, quando quell’edificio è stato demolito. Con esso finiva la mia volontà di aspettarti, non avendo altro luogo per farlo. E il legame che per tanto avevo conservato si era dissolto, lasciandomi libera di andare via.

Ringrazio la bravissima Cecilia Gattullo per il suo Anima_03

154 pensieri su “Il legame

  1. Sai chi mi hai fatto venire in mente?
    “Bob il taciturno” (“silent Bob”) del film “Clerks”.
    Sempre zitto appoggiato al muro, in attesa del suo amico cui offrire una sigaretta.
    Silenzioso di fronte alla vita che gli passava davanti.

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  2. Magistrale la chiusa, con quel muro che viene demolito, come a significare un atto liberatorio: l’attesa che viene meno, la solitudine che viene sgretolata da un gesto esterno, assimilabile con l’atmosfera della città che finisce per diventare quasi ostile nella sua vuotezza di anima.
    Un brano di grande sensibilità, denotante travaglio interiore, con un naturale sbocco di crescita personale. Piaciuto moltissimo…
    Un abbraccio di brezza soave

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  3. Mi è sembrato di sentire il rumore del muro mentre veniva giù
    Il rumore di anni e di ricordi
    Il rumore di sospiri
    Il rumore di speranze
    che
    terminano
    in un unico
    assordante
    ora sono ci sono io……
    Un finale a sorpresa Dora che arricchisce il disegno.
    Grazie amica mia

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  4. Per staccarsi da lì ha dovuto aspettare che l’appoggio le venisse tolto da altri… La sicurezza vs la libertà… I dubbi e i sospetti vs le certezze forse dolorose…
    Come sempre riesci a entrare in profondità nel cuore e nella mente 😉

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  5. Quel muro demolito lascia senza fiato, eppure è quasi liberatorio, è l’evento che consente di spezzare catene pesanti…mi ero persa questo tuo post…tu e Cecilia riuscite a emozionare in un binomio perfetto! Potente e intenso, come sempre, amica bella!

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    • Liberarsi dalle catene, non sempre è facile, perché in in fondo rappresentano un vivere certo, a suo modo rassicurante. Per cui solo un avvenimento improvviso e non programmato può portare a un cambiamento, una liberazione dall’immobilità e dalle speranze vane. I quadri di Cecilia stanno divenendo sempre più parte di me…
      Grazie amica cara 🙂

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  6. Ennesima pagina appassionante Dora.
    Dare un senso ad ogni cosa è sinonimo di grande predisposizione e gentilezza d’animo. Nonché di sentita passione, di quella che si riverbera soprattutto nelle piccole cose. Molto spesso più grandi di quanto appaiono.
    Ciao

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