Mangerò per te

“Signora, si sbaglia, ce l’abbiamo già tutti!”, dissi alla cuoca, contenta di poter essere utile con un’informazione così importante.
“Questo è per te! Tua madre ha detto di darti doppia razione”, rispose tranquilla la donna, e versò la pasta e patate nel piatto che avevo quasi finito di vuotare.
Mi voltai a guardare i bambini seduti intorno al tavolo dove avevo preso posto e alzai le spalle facendo una mezza risata. Guardai nel piatto e la voglia di ridere passò, lasciando il posto alla fatica di ingurgitare tutto. La pasta e patate dell’asilo mi piaceva, ma mangiarne tanta così era una grande impresa. Io però l’avrei finita, facendo vedere a tutti di cosa ero capace.

Mia madre credeva che il riempirmi come un insaccato fosse la cosa migliore da fare. L’adozione sarebbe stata regolarizzata solo dopo sei anni dal mio arrivo nella sua casa e fino ad allora il timore che qualcuno decidesse di togliermi a lei era grande e molto influenzava le sue scelte. Tra queste, la convinzione di dover dimostrare al mondo un trattamento degno di un re era alla base di un’alimentazione eccessiva e forzata. Secondo il suo punto di vista, tutti i mali si risolvevano a tavola e grasso era sinonimo di salute e felicità, se poi si serviva il tutto con abitini cuciti da una sarta e fiocchetti tra i capelli, nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. E questo credeva lei, che mostrarmi in carne e aggiustata come una bambolina potesse soddisfare chiunque si fosse interessato al trattamento a me riservato.

Ogni pasto era per me portatore di pianti e permanenze prolungate a tavola. Le minacce di chissà quale punizione facevano da cornice a lacrime e fiato corto, singhiozzi e promesse di ubbidienza. Ma non era il timore di una punizione quel che mi spronava a finire tutto, bensì il nervosismo che sentivo crescere in lei, la sua paura di non riuscire nell’impresa e l’affidamento che faceva nella mia capacità di farla sentire meglio. Ed io per lei lo facevo, per farla stare bene, per tranquillizzarla, perché sentivo che era giusto così, perché la sua calma faceva strada alla mia. E poi c’era quella sua complicità nel non forzarmi con cose a me non gradite, la sua disponibilità a cucinare quel che mi piaceva che mi lasciava intendere che le sue motivazioni sulla quantità fossero giuste e che forse i miei fossero solo capricci.

Avrei convissuto con quella linea di pensiero per chissà quanto tempo ancora, se a scuola non fossi finita nella classifica delle bambine più grasse. Questo fu per me come aprire la finestra e guardare fuori di casa. Mi accorsi delle bambine magre, agili e felici, mi accorsi delle attenzioni che i maschietti riservavano solo a loro. Per la prima volta la mia presenza ingombrante cominciò a starmi stretta e a non essere ciò che io volevo. Ma non fu una ribellione la mia, perché nel frattempo l’adozione era stata completata e mia madre stava dimenticando la paura, per cui alla proposta di un corso di pallacanestro lei non obiettò e mi permise di frequentarlo. Se prima, infatti, tutto ciò che era movimento per lei era sempre stato sinonimo di pericolo e mai avrebbe rischiato che io mi facessi male in alcun modo, ora sembrava più rilassata e propensa a dispensare un permesso che mai avuto prima.

Fu l’anno in cui cominciai a dimagrire, l’anno in cui per la prima volta guardandomi allo specchio iniziavo a vedermi come ero realmente. Avevo nove anni ed un solo pensiero: “Sarò come dico io!”.

1972 – Prima elementare

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319 pensieri su “Mangerò per te

  1. Bastardissimo reader non mi ha notificato questo tuo bellissimo pezzo! Poi sul siscorso del cibo mi tocchi in modo particolare. Io confermo che nella tua capacità ti raccontare te stessa: ti superi! Ed è per questo che io aspetto quel libro che sai te 😉

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