La signora Rosa

“Ma no, così non va bene!”, esclamò la signora Rosa vedendomi uscire dalla mia camera. “Non hai una gonna, dei tacchi?”
Mi guardai. Forse aveva ragione, scarpe da ginnastica e jeans non erano l’abbigliamento più adatto per il locale dove voleva portarmi. Ritornai in camera e mi cambiai. Non avevo molta voglia di seguirla, ma la sua ostinata disponibilità non mi permetteva di deluderla. Sì, era una persona molto presente, quasi invadente, ma in fondo anche protettiva e attenta alle mie necessità. Ero finita nella sua pensione per caso, indirizzata dal proprietario di un bar dove ero passata per chiedere lavoro. Avrei accettato di tutto in quel periodo, ma non avevo nulla per dimostrare che non ero dotata solo di buona volontà.

La raggiunsi nell’ingresso dove mi attendeva, costretta in un abito in lana verde che non lasciava dubbi riguardo alle sue forme incerte. La squadrai senza dire una parola. Aveva da un po’ superato la cinquantina, ma quel suo carattere allegro rendeva la sua compagnia per niente monotona. Ripensai a qualche sera prima e a stento trattenni una risata. Aveva bevuto così tanto da confondere un ospite della pensione con un suo vecchio amore. Vista l’aria che tirava il ragazzo si era nascosto nello sgabuzzino e lei, senza demordere, l’aveva cercato ovunque per poi salire su una sedia ed invocare il suo nome. “Cesare!”, aveva gridato con voce acuta e stridula, ma Cesare non era comparso e dopo un concitato farfugliare si era lasciata franare sul letto.

Sciolse i lunghi capelli tinti di un giallo troppo acceso, li smosse un po’, quasi a dar loro più morbidezza e aggiustò una spilla sull’enorme seno. Indossammo il cappotto e ci tuffammo in quella fredda sera di Carnevale. Per strada non c’era nessuno e l’atmosfera era da giallo metropolitano, ma il locale era dietro l’angolo e quel nostro picchiettare sull’asfalto fu di breve durata.
“Io però non ballo!”, l’avvertii entrando in quell’atmosfera d’altri tempi. “A dimenarmi in discoteca son capace, ma in realtà non so ballare!”
“Non ti preoccupare, mi farai solo compagnia. Puoi anche startene seduta tutto il tempo, se vuoi”.
La verità è che avrei anche tentato, ma sicuramente in quel posto giravano parrucchini tenuti su da uomini di mezz’età alla ricerca di fianchi da avvinghiare. Il che non è tanto allettante se hai solo ventidue anni.

Il Faro Dance, in via Po a Torino, era agli sgoccioli della sua storia. Ero fuori posto, fuori tempo, ma mi piaceva essere lì dove erano passati personaggi come Fred Buscaglione, mi dava l’impressione di essere riuscita ad intrufolarmi tra le pagine di un libro di storia. E storico era l’aspetto di un uomo minuto, sigillato in un impeccabile abito da sera, che mi si avvicinò speranzoso. “Vuol Ballare?”, mi chiese con un batter di tacchi, la mano destra sul petto e quella sinistra dietro la schiena.
“No grazie!”, gli risposi con una sicurezza che non aveva mai visto in vita sua.
Girò sui tacchi e guardò altrove…

La storia continua qui.

89 pensieri su “La signora Rosa

  1. 😍 ma che bello, ma non ho capito è una storia vera? Aspetto anch’io il seguito con trepidazione ☺️ Adoro Celentano, sono cresciuta con le sue canzoni (soprattutto quelle più vecchie) sono piccole storie che da

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  2. In una serata particolare come quella ci si poteva mostrare anche più carini con persone di una certa età……e poi il locale prometteva, visto il passato storico che deteneva, ……..no, è vero, a 22 anni non è allettante se pensi già ai parrucchini. Come ha commentato anche Piero, sono curioso di leggere il prosieguo della serata…….. Bello come sempre, buona serata Dora, ciao……

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  3. Che invidia, arrivare ad un’età in cui si ha un aspetto storico e non aver ancora mai ricevuto dei “no” schietti e sicuri. Ah, che invidia 😉

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      • L’ho fatto anch’io a volte, ti credo… L’insicurezza ti limita, ti condiziona. E’ inutile dire che bisogna lavorare tanto su se stessi, perché non basta. E’ importante anche il contributo dall’esterno, un riconoscimento di tanto in tanto, come conferma di ciò che proviamo. O rischiamo di basarci su pura presunzione. In tal caso, se sei portato a farne uso te ne alimenti, ma se non fa parte del tuo carattere non servirà averla, anzi contribuirà ad alimentare il senso di inadeguatezza. Perché chi non si basa solo sulla presunzione a volte fa uso eccessivo di autocritica…

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      • “…fa uso eccessivo di autocritica…”
        ecco… mmmmm… vabbé… già non diventare dei colori dell’arcobaleno e far partire parole a casaccio sarebbe un bel traguardo….
        😀

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      • Il dilemma è grande: zittirsi o parlare comunque? Non esiste una regola, e se qualcuno ne fa accenno è solo per sbrigarsi in fretta. Gran parte dipende da chi abbiamo di fronte, perché a volte non siamo noi a sbagliare, ma chi riceve le nostre parole a rifiutarle a priori, fecendocene sentire il peso…

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      • …dipende sempre da chi abbiamo di fronte… e il peggio ( o meglio) accade quando di fronte c’è qualcosa che pare avere una qualche importanza… lì.. se sei insicura… UUUUUUU… che macelli!!!
        … occhei… riapro il librone e segno! 😀

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      • … ovvio… e cogliere semplicemente il fatto che ti si è parato davanti e quello è tutto ciò che doveva accadere… e va bene così…
        difficile ma ovviamente bisogna imparare a mettere a fuoco nel modo giusto… 😀

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      • Ci vuole caparbietà! Un po’ come i bambini quando battono i piedi per terra facendo i capricci. Ostinazione con se stessi nel non voler mollare… L’Io non come superiorità, ma come presenza, importanza e consapevolezza (maliziosa) di essere comunque necessari…

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      • “di essere comunque necessari…” su questo ogni tanto sale qualche dubbio…
        ( se vado avanti così devo fare librone numero due!)
        😀

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      • Spesso non ci si vuole vedere necessari forse per non alimentare altri dubbi, per evitare il progredire dell’analisi. Si accetta il non ruolo, quindi, quasi come se fosse logico. Ma logico non può esserlo, mai!

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  4. Ah questi racconti sospesi come ci lasciano…sei ormai un punto fermo…si passa di qua e si sa di rimanere accontentati e riempiti dai tuoi racconti…che siano di vita o di fantasia non deludono mai!
    Buongiorno Dora cara e che sia una felice settimana!!!

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  5. L’immagine dell’omino che batte i tacchi nell’invito al ballo con una mano al petto e l’altra dietro è bellissima…come del resto tutto il resto del racconto, ma i tuoi finali sono sempre speciali… Ciao Dora!

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  6. Debbo confessarti che rimango sempre estasiato nel leggere i tuoi brani. Hai un gusto per il racconto che è davvero splendido: sai come lasciare il brano sospeso a dondolarsi nello spazio di una vita. Un racconto sospeso, ma che non necessiterebbe nemmeno di un finale, poichè è come se lo scatto potesse anche non prevederlo. In fondo una fotografia non ha bisogno di un finale: essa stessa è già storia, fatta e finita. Però, dovesse esserci anche una prosecuzione, scommetto che sapresti come lasciare anch’essa a mezz’aria, sospesa, come una foto appesa al muro da osservare con attenzione e magari sorridere per la sensazione di buffo che ti comunica, sì: come quella sorta di balera, palcoscenico per antiche e nuove solitudini imparruccate…
    Complimenti con un fiore ed un bacio di luna novella…

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  7. E già che bei ricordi,anch’io quanti ne l’asciavo di stucco come baccalà. ..erano cosi sicuri….ma iooo ti voglio sposareee!!!manco mi giravo tanto andavo veloce :))
    Sei cosi brava che mi immedesimo cosi bene che vorrei continuare,non sembrano racconti ma cortometraggi dove immagino ogni scena,complimenti davvero.
    Ciao Dora grazie.
    Una buona serata.
    Caterina

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