La competizione

Primo incontro

“Ma ciao! Ma come sei cresciuta!”, mi salutò la signora Elvira.
“Eh, son passati dieci anni da quando abbiamo traslocato”, le ricordai.
Era stata la nostra vicina nella vecchia casa. Di lei rammentavo ben poco se non le sue visite impreviste e la facilità di adattamento in abitazioni non sue. Se l’avevo riconosciuta lo dovevo alla sua acconciatura a cespuglio.
“Sì, ricordo. Eri piccola e paffuta. Guardati, ormai sei una signorina!”, continuò senza mostrare volontà di chiudere la questione in due battute.
“Ho fatto del mio meglio!”, le risposi con un sorriso forzato.
“E tua mamma, come va?”, mi chiese fissandomi negli occhi, quasi a voler capire se le stessi dicendo la verità.
“Ha le gambe gonfie e quando fa caldo si stanca facilmente!”, la informai.
“Ah, è ancora fortunata!”, sentenziò sicura. “Io, invece, ho certe vene! Tu non puoi capire che problema sia!”
Sì, ora ricordavo altri dettagli riguardo a quella donna: il suo lamentarsi continuo e immancabile e la velocità con cui la sua bocca produceva parole.

Secondo incontro

“Oh, ma allora è destino che ci incontriamo!”, esclamò la signora Elvira quasi scontrandosi con me.
“Già, è proprio destino!”, e mi pentii di non aver preso l’autobus, invece di fare il tragitto a piedi.
“Sai, volevo telefonare alla tua mamma, ma non avevo il numero. Ma adesso come va?”, mi interrogò con una certa autorità nella voce.
“Bene!”. Dissi una bugia. Mia madre non stava bene, ma non avevo voglia di condividere con lei l’informazione esatta. Era come regalare una figurina doppia a chi non interessa la collezione che stai facendo. L’avrebbe buttata banalizzandola.
“Ah, beata lei!”, si lamentò, cogliendo l’occasione. “Io ho le anche che stanno cominciando a farsi sentire e a stento esco per fare la spesa”.

Terzo incontro

Avevo visto la signora Elvira prima che lei vedesse me. Non so perché, ma me lo sentivo che l’avrei incontrata di nuovo. Erano trascorsi tre mesi dall’ultima volta e forse mi ero già rassegnata all’idea che sarebbe diventato un appuntamento fisso. Mi avrebbe fatto le feste presentandomi la solita domanda a cui avrei anche dovuto dare una risposta. Per un attimo mi era stata offerta l’opportunità di evitarla, invece, rimasi lì, aspettando che si avvicinasse.
“Ma come sono contenta!”, asserì con gli occhi alla massima apertura.
“Bene…”, mormorai giusto per dire qualcosa.
“E tua mamma, come va?”,
“Una volta in macchina, una volta a piedi, dipende da dove deve andare!”
La risata in cui si perse le fece dimenticare la competizione mancata.

2 pensieri su “La competizione

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